#Risorse Umane | Mosè Santamaria

ascooltaloRISORSE UMANE è un album mistico quotidiano, una fotografia cosmopolita di un provincialismo globalizzato, che si alza dalla propria zona di comfort per osservare la “normalità” (e la sua poca naturalità) di un sistema sociale dove l’uomo è una macchina divorata dai luoghi comuni, figlia della produzione e preda del consumismo.

Una vero e proprio questionario esistenziale senza un preciso scopo se non quello di curare gli sconforti passeggeri di una normalità schiacciante così lontana dalla natura divina insita in ogni essere umano.

(testo e musica Mosè Santamaria)

È da secoli che giro a vuoto intorno al sole

Vittima dei miei mortali, fragili ragionamenti

Abbandonato a me stesso come l’arredamento

Di una residenza estiva tipo quelle in Versilia.

La coscienza è una luce a intermittenza,

un’anestetizzante diplomazia, un ruffiano calembour,

una guerra fredda tra il sonno e la realtà,

un esercito di piccoli io che mi tiene in ostaggio.

Momenti felici che volete da me

Se per caso vi ho intravisti su queste labbra tristi,

ogni volta che ho provato a costruire

avete spesso distrutto per divertire

coi vostri discorsi sincopati

un groviglio di figli elettrici, di apparenti parenti

e come mine vaganti i miei anni si illudono

Di dare un senso al proprio numero

Ma piangendo sotto la pioggia

per non farsi scoprire e sembrare degli ingrati

di fronte a questa vita che è temporale,

un temporale di innocenti egocentrismi,

un incontro tra opportuni egoismi.

(testo e musica Mosè Santamaria)

Ipotizziamo un ricordo,

un filo di ragno cornice di uno stagno

la Promenade des Anglais, un batticuore,

tante promesse senza il motore.

Ho creduto a Parigi mille amori,

Ma era un inganno da “matta di Cuori”.

Ho creduto al suo nome mille notti,

Ma erano troppi gli specchi rotti.

A Nizza con il suo viso

scrivevo poesie sulle mani.

Ma la odiavo con tutto il cuore,

Perché pendevo dalle sua labbra.

A Nizza non riuscivo a sorriderle

E andar via…

Mi volevo male, ti volevo amare

Sono i rimasugli della tua indifferenza,

che è la più comune di quelle cianfrusaglie

che ostenti in bacheca come delle medaglie

Ho creduto di fermare il tempo

Rompendo l’orologio del tormento.

Ho creduto di tornare indietro,

in equilibrio sul filo illogico di un momento.

A Nizza amarsi non era amore

Non confondiamolo

con la somiglianza incerta

coi nomi delle nostre esigenze.

Con i tuoi orgasmi in blayback

E i tuoi finti seni,

con le vie di fuga delle mie mappe mentali,

Con le nostre pentole a repressione

E i nostri rapporti fluviali non protetti.

“Chantal où es-tu?”

(testo e musica Mosè Santamaria)

Io non sono più qui perché quando non la penso

mi ricordo che non la sto pensando e ritorna, ritorna, senza esserci.

Le fatiche di Ercole (prendersi per mano).

Nel quartiere di un’infanzia le domande e un biglietto aereo

Per lasciare il pianeta senza il tuo bagaglio karmico,

una marcia nuziale verso il tuo Nirvana

e l’asse dei tempi disertarlo come gli dei.

Pare che un pezzo delle nostre anime sia all’inferno

Ma ci sporcheremo insieme le mani per reclamarlo.

La potenza dei mantra in lingua neo-latina,

l’erotismo autarchico dei regimi di solitudine

alimenta un demone che a mano a mano ti incatena

con quella convinzione che con le mani sporche di terra

nei ritmi della materia non si è mica come gli dei.

E vagheremo come milanesi in vacanza

Per il Porto Antico alla ricerca di una terra santa

Con la speranza che un Giuda Sincero

Da Sotto Ripa ce la benedica

Tra un bicchiere di vino e un panino,

come gli dei.

(testo e musica Mosè Santamaria)

Quanti martiri innocenti ha fatto il supplizio di Tantalo

Gabriele D’Annunzio ha rinunciato a una parte di se

Per darsi più amore nei momenti di solitudine

Nei tuoi occhi di cosmo ritrovo quelle regioni planetarie

Così lontane e così familiari da trasformare l’universo nella mia casa

Con quelle insalate, con quegli strani ingredienti ed ogni volta differenti

E i tuoi olii dall’Egitto intoccabili e inviolabili

E gli spartiti di Chopin come carta da parati

E Tu mia Amata-Matta-Mata Hari

Che quelle danze orientali mi fai scoprire nuovi piani astrali.

Forse scrivo perché in te si cela il mistero del pittore cieco

Che ha raffigurato la bellezza tua nonostante il buio della sua tela

Via Centurare 31 F vorrei fluire abbandonandomi.

Con quelle tisane, con quei riti tribali e gli incensi di Sai Baba

L’odore estivo del Bilboa che ti fa così schifo

Sarà un pallido ricordo come la Monstert a Sanremo

E Tu mia Amata-Matta-Mata Hari

Che con quel manto costellato di nei parli di esseni ai filistei.

(testo e musica Mosè Santamaria)

Un tempo Catai e Cipango erano sommariamente noti al mondo

Invece oggi fanno persino spavento ai Gattamelata di Wall Street

Con quelle Louis Vuitton plastificate

E le madonnine hippy scomunicate.

È un colonialismo da quartiere, a buon mercato

Quello del capitalismo globalizzato

Bella e fuggitiva, una Gerusalemme in vetrina,

Un labirinto di specchi, è mille volte Via XX una catena di riflessi.

Se Geronimo vota Lega Nord

Mahatma Gandhi era un campione di Boxe!

“La moschea si! La Moschea no!?” Un Hammam per signore

Conviene al Piano Regolatore.

A San Pier d’Arena quanto traffico dopocena

A San Pier d’Arena c’è il mare

Anche se nessuno lo va più a trovare.

A San Pier d’Arena le cortigiane della strada

Sono sempre in tiro come ad una sera di gala

A San Pier d’Arena oltre la Fiumara c’è il mare

Anche se nessuno lo va più a trovare.

(testo e musica Mosè Santamaria)

Dieci Ave Maria e un Padre nostro per sentirsi più a posto

E raccontarsi con il naso rosso da sambuca e le mani lisce da cirulla.

Ma “Soli e pensosi nei più deserti campi” come ultimi dei moicani

Scagliamo palpiti disperati.

E un po’ per noia e un po’ per svago a ganja e Jodorowsky

Crescevamo.

I love you Marzano, le “raviolate”

E le mazurche cadenzate.

I love you Marzano, le villeggianti

Con le scollature e gli shorts bianchi.

I love you Marzano, tutti i tuoi misteri,

gli gnomi e le streghe coi gatti neri.

“Se alle curve ci pesa Dio alle donne ci penso io”

Perché alle terapie di gruppo in piazza ci si sfoga solo su arbitri e ministri a luci rosse

Ma “Soli e pensosi” in un Brasile immaginario come i brigatisti espatriati

Mitragliamo palpiti condannati.

E amore mio tu mi fai morire come in quel duello

di Leone Sergio.

I love you Marzano il campo a sette,

con tutti quei mocciosi ma anche le vecchiette.

I love you Marzano, nessuna malattia,

ne un’autostrada ne un filo di ferrovia.

I love you Marzano e l’UFO di Zanfretta

Era solo un Draconiano che se ne andava in Vespetta.

I love you Marzano e un magrebino

Mi offre couscous perché è un buon vicino.

I love you Marzano e il gioco del dottore

Perché a quell’età mica lo fai per amore.

Don’t cry for me Marzano, no don’t cry…

(testo e musica Mosè Santamaria)

Nella testa un puzzle di idee ma nel cuore il tassello fondamentale.

C’era il Messico nei tuoi occhi, Parigi in rivolta nelle tue parole.

Si sparlava su Jean-Paul Sartre come sul vicino di casa

E ridevi per la cadenza maccheronica del mio francese.

Quante avventure mi hai raccontato

Senza volerlo mi hai insegnato

Che questa vita è autentica,

comme toi.

E così che ti ricordo colorata più di una pittrice

Ma intensa e delicata come un sonetto a Beatrice

Ma i ricordi son turisti spaesati qui nel presente,

che mi guardano e non capiscono ma mi sorridono di continuo

Al di là del limite tutto è perfetto

Perché aspettare la pioggia per capire

Che questa vita è autentica,

comme toi.

(testo e musica Mosè Santamaria)

Uno Specchio, con le solite cose,

un espediente storico, questa faccia

stanca del niente con cui raccontarsi, del dare non dare ragione a qualcuno,

di questo stato di schiavitù che la svende in vetrina su facebook,

di parole dettate per noia perché con l’amore oggi ci fai carriera

se vivi nella città giusta.

Ma oggi è già domani oppure ieri?

Ammalarsi di ricordi col scarabeo dei morti

O farsi trascinare, come pesci intossicati, dalle onde del mondo

Uno schermo, con le solite cose,

il misticismo catodico di questo tempo

stanco di scemi con cui raccontarsi, di guerre con cui suicidarsi

di orchi che mangiano bambini, di scienziati assassini,

di domestiche guerre lampo, di “bestemmie a mani giunte”

perché l’epidemia dell’incoscienza ti fa alzare la mano solo per dire:

“ho fatto presenza”.

Ma oggi è già domani oppure ieri?

Le stelle brillano per chi sa sognare,

strappami gli occhi perché non mi possano più ingannare.

(testo e musica Mosè Santamaria)

Col coccodrillo cucito sul cuore

ti senti un gran vero signore,

Sotto le setole di quel baffetto

sfoderi un sorriso perfetto,

Lingua veloce, lingua sporca, lingua da

Commerciante Febbricitante.

E non vai a votare perché non ti va giù

La politica di bilancio di un governo di fru fru

Che con le mani e il culo sporche di vinavil

Ti mangia i soldi con le escort e al totip

Quante verità col dolby surround

Vengono profanate al telegiornale.

“Ai miei tempi non eravamo

Dei mantenuti con le mani in mano,

mi sbattevo per ore al mercato comunale

per pagarmi i testi della scuola serale!”

Solo per avere letto un saggio di Baricco

Ti credi un vate e non stai mai zitto

E Con quella scusa del dandy un po’ artista

Ti romanzi con lo stile del qualunquista.

Asmaticamente respiriamo un nozionismo

Telecomandato e influenzato.

Parli, parli tanto e poi ti fai

Una che sembra Franca Lai.

Tra i compromessi e le chiacchiere da bar

Mi sembra di far l’amore nudo in una Smart.

Geneticamente ostentiamo

Abbaiando con savoir-faire

Jean-Pierre deux Sanbittèr”

“Ai miei tempi non pensavamo

A spinellarci sul divano,

cenavamo puntualmente tutti insieme alle sette

e alla tv non c’erano solo culi e tette.”